Due amiche si ritrovano dopo i tempi del liceo. Hanno quarant'anni, un lavoro di successo, dei figli. Bruna, pediatra, è separata, Giovanna è costretta in un matrimonio che la sta poco a poco annientando e da cui non riesce a svincolarsi. Il romanzo, che racconta una vicenda reale, è composto da due diari che si incrociano. Quello di Giovanna, vittima inconsapevole, insieme ai due figli, di un marito aggressivo e manipolatore. E quello di Bruna, che tentadi sostenere l'amica in un percorso di consapevolezza e richiesta di aiuto presso un centro antiviolenza. È un romanzo sul tema dell'abuso domestico, sul maltrattamento psicologico, il cosiddetto mobbing famigliare, una violenza ambigua e difficile da riconoscere, tanto per la vittima quanto per chi le sta attorno. Ma è anche un romanzo sull'amicizia, sul potere della fiducia e della vicinanza.

La drammaticità di una questione tanto grave quanto sommersa e misconosciuta è temperata dalla levità, dalla poesia e da una sottile ironia con cui l'autrice riesce a raccontare la rabbia, il senso di impotenza, la vergogna e il dolore con cui, fino alla fine, bisogna fare i conti.

... dal libro ...

"... Giovanna era la più carina della IV ginnasio, sezione B. Al liceo Challand di Aosta tutti i ragazzi la corteggiavano. E anch’io stravedevo per lei. A quell’epoca ero un po’ imbranata e il primo giorno di scuola non ero riuscita a evitare di finire nel posto peggiore: primo banco, fila centrale, per di più vicino a un maschio, ovviamente brutto, pieno di brufoli e stupido. Zinatti non aveva niente di meglio da fare che passare le mattinate a stuzzicarmi e a prendermi in giro per il mio cognome o per altre cose senza senso che facevano ridere soltanto lui. Giovanna, alta, bella e sorridente, si era piazzata in fondo alla classe dove smistava bigliettini e chiacchierava con tutti. 


Così dopo due giorni l’insegnante di lettere l’aveva spostata al primo banco e me l’ero ritrovata vicina. Stava alla mia sinistra, eravamo separate da uno spazio sufficiente per il passaggio di una persona. Se allungavo il braccio potevo quasi toccarlo, il suo banco. «Come ci sei finita vicino a quello scemo?», mi aveva chiesto durante l’intervallo. Più tardi mi aveva confessato di avere provato una grande tenerezza per la ragazzina timida che le era capitata di fianco, e si era detta che doveva assolutamente aiutarmi a emergere dallo stato di invisibilità e oppressione al quale rischiavo di condannarmi. Quello sarebbe stato il primo di infiniti intervalli trascorsi insieme, da inseparabili: Giovanna col grembiule nero aperto su miniabiti vertiginosi, io – prima che mi spiegasse i rudimenti dell’eleganza e della seduzione giovanile – con una castigata gonna blu a pieghe e i calzettoni bianchi traforati di cui mi vergognavo come una ladra. Era fatale che io ammirassi la disinvoltura della mia amica, meno scontato forse che avessi colto dietro l’apparenza trasgressiva la tenerezza di una persona profondamente buona e più di una fragilità. 


Giovanna aveva perso il padre. E la madre, che si era risposata, aveva avuto un altro figlio, all’epoca di un paio d’anni. Così, mi confidava di sentirsi esclusa dal quel nuovo nucleo familiare e in certi sguardi infastiditi della madre le era parso di vedere una specie di rimprovero per la sua presenza, come se quella figlia le ricordasse un tempo della vita che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle. Imiei genitori invece erano separati, condizione all’epoca piuttosto eccentrica, per non dire rara, e soprattutto malvista in una cittadina di provincia. Credo che qualche coetaneo allora avrebbe affermato di preferire, tra l’essere orfano o figlio di divorziati, la prima, più compassionevole condizione. Per di più ero figlia di un padre assente e di una madre piuttosto autoritaria e forse proprio l’esperienza comune di una famiglia difficile ci aveva unite. Ma la verità è che ci completavamo a vicenda: Giovanna, così intelligente e vivace, faceva fatica a concentrarsi. E mentre vicino a lei io imparavo a comportarmi da adulta, a vestirmi, a truccarmi, ad assumere con i ragazzi atteggiamenti più sofisticati e seduttivi, io rappresentavo per lei un contenimento alla sua irrequietezza, la rassicuravo con la mia presenza fedele, la costringevo a studiare con una certa disciplina, e sapeva di potere sempre contare sulla mia lealtà di scudiero devoto. Insomma, se lei era il mio Don Chisciotte senza paura, io rappresentavo il suo Sancho Panza in gonnella"