• https://www.instagram.com/bruna.cola

Come Inizia il Libro

Quando aspetti qualcosa, è la volta che non arriva mai. Il destino si diverte a farti i dispetti, sta in attesa finché hai sofferto almeno un po’, rinvia finché non rinunci. Ti prende di sorpresa alla fine, quando ormai non ci pensi più a quello che hai desiderato così intensamente, un giorno dopo l’altro. Non ci pensavo più, infatti. E quel ventidue settembre sembrava un giorno qualunque, una di quelle solite giornate milanesi in cui corri come una forsennata, tentando di rispettare orari e impegni. Avevo lasciato Carlo davanti alla scuola e avevo passato la mattina in ambulatorio a visitare, poi ero tornata di nuovo di corsa a scuola, per un colloquio con i professori e a ritirare due libri di testo che mancavano per buttarmi infine nel traffico di un giorno di sciopero dei mezzi pubblici sperando di arrivare in orario in palestra a prendere il bambino. Saremmo arrivati a casa, Carlo e io, appena in tempo per una cena veloce, una pasta col sugo pronto della Tata, dei formaggi e un’insalata d’emergenza. Due chiacchiere prima di preparare insieme lo zaino per il giorno dopo e poi mi sarei lasciata andare inebetita sul divano, in cerca di un film decente alla tivù o di un talk show meno soporifero del solito. Ero arrivata in palestra già stanca, così mi ero seduta un po’ in disparte, per riprendere fiato. Era un piccolo rito: avevo bisogno di qualche momento di decompressione per affrontare le conversazioni e i convenevoli con le altre madri. Mentre cercavo Carlo fra i ragazzini in judogi, oltre il vetro che separava la palestra dalla piccola sala d’attesa, pensavo a quanto fosse ancora piccolo per avere dodici anni. 


Avevo avvertito una fugace fitta d’ansia che era scomparsa quando lo avevo individuato dietro un coetaneo grande e grosso; riconoscevo solo le sue gambette che si sollevavano, atterravano sul tatami e rimbalzavano nelle prove di caduta. La chiamavano “l’acquario” quella sala. E infatti i genitori, seduti in tante file davanti a una parete di vetro, sembravano davvero in contemplazione di una grande vasca dove saltavano e si agitavano i loro figli, muti come pesci. L’effetto era straniante e io vagavo in chissà quale labirinto di pensieri quando una voce dal fondo della sala mi aveva riportato in un baleno alla realtà. Era un timbro di voce che conoscevo, che apparteneva a un altro tempo e a un’altra vita e si faceva largo a spintoni nella mia memoria colpendomi dritta al cuore. Possibile che fosse lei? Mi ero alzata sulla punta dei piedi cercandola tra il crocchio di mamme da cui proveniva quella sirena del passato. E avevo incontrato gli stessi occhi, così chiari che era impossibile non fermarsi a guardarli, gli stessi capelli castani e lisci, tagliati appena sotto le spalle, come allora. Un po’ magra, un po’ pallida, ma sembrava proprio lei, con quell’aria vagamente infantile che non è mai riuscita a nascondere dietro il suo atteggiamento ricercato. Mi ero avvicinata con cautela, chiedendomi se l’avrei riconosciuta incontrandola per strada, magari correndo, o tra la folla: solo la voce non cambia mai, mi dicevo. Invecchiamo, ci tingiamo i capelli, mettiamo su chili o li perdiamo, i lineamenti del viso si modificano seguendo la legge della forza di gravità, eppure la voce non ci tradisce mai. Mi ero fermata a una certa distanza. Avevo paura, non so di cosa. Forse che non mi riconoscesse, oppure di scoprire che, dopo tanti anni trascorsi a rimpiangerla, quell’amicizia per lei era solo un ricordo scaduto, una nostalgia stinta. Ma l’eccitazione per quell’incontro era più forte di qualunque timore. Mi ero fatta largo, scambiando sorrisi distratti con qualche genitore e l’avevo raggiunta. Le avevo appoggiato una mano sul braccio per richiamare la sua attenzione, trattenendo il respiro. Si era girata e mi aveva guardato, anzi scrutato, per un secondo. Il sorriso candido e largo che conoscevo bene, il suo abbraccio avevano cancellato in un attimo tutti i miei dubbi e persino il tempo. Ci eravamo salutate come succedeva quando ci incontravamo dopo le vacanze scolastiche, dopo un mese o due che non ci vedevamo. Quella era la sensazione che avevo provato: di averla ritrovata dopo qualche settimana di separazione. Giovanna invece mi teneva per una mano, stendeva il braccio per allontanarmi da lei abbastanza da potermi guardare da capo a piedi e ripeteva il mio nome per convincersi che quella che stava vedendo ero proprio io e non un fantasma. Era trascorsa davvero una vita. C’erano troppe cose da chiedere e da dire e così avevo finito per dire la più stupida: «Cosa ci fai qui?» Facevo domande e rispondevo alle sue, la interrompevo per la fretta di sapere e poi le chiedevo scusa. Alla fine di quella conversazione concitata e confusa, avevo capito che Giovanna aveva due figli. Il più grande, Umberto, era nato dal suo primo matrimonio, poi c’era Giulia, figlia del suo attuale compagno, la bambina che frequentava il corso di judo con Carlo. Aveva undici anni Giulia, ma era già alta come lui. Si sa, i maschi a volte crescono più tardi, avevo pensato scacciando la solita fitta d’ansia. Era una bella ragazzina, mi ero detta, come sua madre. Mi sentivo felice. Ci eravamo scambiate i numeri di telefono, con la promessa di rivederci il mercoledì successivo, stesso luogo e stessa ora. Avevamo anche la scusa che alle sette era già buio e i ragazzi, sciopero dei mezzi o meno, era meglio che non se ne andassero in giro da soli. Non vedevo l’ora che passasse la settimana che ci separava dal prossimo incontro, ma sapevo già che non avrei resistito e che il giorno dopo le avrei telefonato.


Quella sera, mentre tornavamo a casa, Carlo mi aveva chiesto di raccontargli tutto di Giovanna. Anche se di lei, gli avevo fatto osservare, sentiva parlare da quando era nato. Mi aveva risposto che non aveva mai pensato che Giovanna fosse una persona reale. Pensava che fosse una specie di personaggio di fantasia su cui esercitavo la mia creatività. Insomma, più o meno come il coniglietto Ugo delle favole che inventavo per lui quando era piccolo. «Invece Giovanna esiste», gli avevo detto, accorgendomi che stavo quasi gridando. Avevo abbassato la voce: «Eccome!»
Giovanna era la più carina della IV ginnasio, sezione B. Al liceo Challand di Aosta tutti i ragazzi la corteggiavano. E anch’io stravedevo per lei. A quell’epoca ero un po’ imbranata e il primo giorno di scuola non ero riuscita a evitare di finire nel posto peggiore: primo banco, fila centrale, per di più vicino a un maschio, ovviamente brutto, pieno di brufoli e stupido. Zinatti non aveva niente di meglio da fare che passare le mattinate a stuzzicarmi e a prendermi in giro per il mio cognome o per altre cose senza senso che facevano ridere soltanto lui. Giovanna, alta, bella e sorridente, si era piazzata in fondo alla classe dove smistava bigliettini e chiacchierava con tutti. 


Così dopo due giorni l’insegnante di lettere l’aveva spostata al primo banco e me l’ero ritrovata vicina. Stava alla mia sinistra, eravamo separate da uno spazio sufficiente per il passaggio di una persona. Se allungavo il braccio potevo quasi toccarlo, il suo banco. «Come ci sei finita vicino a quello scemo?», mi aveva chiesto durante l’intervallo. Più tardi mi aveva confessato di avere provato una grande tenerezza per la ragazzina timida che le era capitata di fianco, e si era detta che doveva assolutamente aiutarmi a emergere dallo stato di invisibilità e oppressione al quale rischiavo di condannarmi. Quello sarebbe stato il primo di infiniti intervalli trascorsi insieme, da inseparabili: Giovanna col grembiule nero aperto su miniabiti vertiginosi, io – prima che mi spiegasse i rudimenti dell’eleganza e della seduzione giovanile – con una castigata gonna blu a pieghe e i calzettoni bianchi traforati di cui mi vergognavo come una ladra. Era fatale che io ammirassi la disinvoltura della mia amica, meno scontato forse che avessi colto dietro l’apparenza trasgressiva la tenerezza di una persona profondamente buona e più di una fragilità. 


Giovanna aveva perso il padre. E la madre, che si era risposata, aveva avuto un altro figlio, all’epoca di un paio d’anni. Così, mi confidava di sentirsi esclusa dal quel nuovo nucleo familiare e in certi sguardi infastiditi della madre le era parso di vedere una specie di rimprovero per la sua presenza, come se quella figlia le ricordasse un tempo della vita che avrebbe voluto lasciarsi alle spalle. Imiei genitori invece erano separati, condizione all’epoca piuttosto eccentrica, per non dire rara, e soprattutto malvista in una cittadina di provincia. Credo che qualche coetaneo allora avrebbe affermato di preferire, tra l’essere orfano o figlio di divorziati, la prima, più compassionevole condizione. Per di più ero figlia di un padre assente e di una madre piuttosto autoritaria e forse proprio l’esperienza comune di una famiglia difficile ci aveva unite. Ma la verità è che ci completavamo a vicenda: Giovanna, così intelligente e vivace, faceva fatica a concentrarsi. E mentre vicino a lei io imparavo a comportarmi da adulta, a vestirmi, a truccarmi, ad assumere con i ragazzi atteggiamenti più sofisticati e seduttivi, io rappresentavo per lei un contenimento alla sua irrequietezza, la rassicuravo con la mia presenza fedele, la costringevo a studiare con una certa disciplina, e sapeva di potere sempre contare sulla mia lealtà di scudiero devoto. Insomma, se lei era il mio Don Chisciotte senza paura, io rappresentavo il suo Sancho Panza in gonnella.